martedì 30 aprile 2013

Non ci credo.

Non ci credo.
Una persona così non può essere sola.
Non può.

Invece di tranquillizzarmi,
questa cosa mi sta terrorizzando.


(c) Pitria

lunedì 29 aprile 2013

Breathe it in, breath it out

Come posso fare a descrivere a parole un'emozione?
Non riesco a trovarne di abbastanza grandi, abbastanza belle, abbastanza profonde, abbastanza leggere.
Vorrei poter dipingere a parole l'intensità di quella grande chiesa senza barriere, in cui lo sguardo abbracciava tutta la famiglia seduta in silenzio sulle panche spoglie. A fare da cornice intonaco incolore e scaglie di luce che sembravano brillare anche nel buio, una vetrata che splendeva dell'intenso smeraldo di foglie e prato scintillanti di pioggia e candele rosse dalla fiamma tremula. Fiamma agitata da un vento di cui non riuscivo a capire la provenienza, mentre la guardavo ondeggiare nel quieto silenzio rotto solo dall'abbraccio argentino della pioggia che scrosciava fuori. Non ne capivo la provenienza... finchè non mi sono resa conto che era il mio respiro, a farla tremare.
Era qualcosa che non si vedeva nè si sentiva, ma c'era.
C'era al punto tale da piegare quella fiamma e da farla danzare nell'aria immobile.
Ho nascosto il viso tra le mani e il suono del mio respiro si è mescolato al battito del mio cuore, che sembrava tenere il tempo di una canzone che dice così:
So breathe it in and breathe it out,
listen to your heartbeat
There's a wonder in the here and now,
it's right there in front of you
And I don't want you to miss
the miracle of the moment.
E in quel momento ho ricevuto in dono qualcosa da portarmi a casa. L'ho proprio ricevuto.
Ed è un dono inestimabile, per quello che mi è successo un anno fa e che mi ha tolto il sonno ed il sorriso per qualche tempo. Vedermi rifiutato ciò che desideravo mi faceva arrabbiare, piangere e gridare: ce l'avevo con Dio perchè sapevo che non mi avrebbe dato ciò che chiedevo.
Già allora sapevo che non l'avrei avuto... ma non capivo il perchè. Improvvisamente, sabato sera, quella domanda che non osavo fare ha ricevuto una risposta: ho ricevuto così tanto, nella mia vita, che forse è ora di iniziare a dare.
Penso sempre che sono una che dà tutta sè stessa, ma so che in fondo non è così. Mi dò ai bambini in oratorio, alla mia famiglia, ai miei amici, alle mie compagne di corso... ma non mi dò al cento per cento. C'è un lato della mia vita in cui sto seduta comoda con le braccia incrociate e aspetto solo di ricevere.
E no, non è così che si fa. Non si spreca il tempo della vita, perchè non è scontato essere vivi.
Questo è quello che ho imparato in quella sera di pioggia e di fiamma, di buio e di luce, di silenzio e di musica. Ho imparato che essere vivi è un dono, e che l'hai ricevuto per restituirlo. Per restituirlo quando il tuo tempo sarà finito, ma anche in quel meraviglioso "qui e ora" di cui parla la canzone.
Ho ricevuto tanto amore, forse è ora di smettere di aspettarlo e iniziare a darlo.


Mentre ero seduta sulla mia panca, con le ciglia umide di lacrime e lo stomaco annodato dalla grandezza di quel dono che io non mi ero accorta di aver ricevuto, Veronica mi si è avvicinata.
E mi ha detto, sussurrando come un soffio di brezza leggera, quello che già il mio cuore mi suggeriva.

Si dice che la vita non si misura in respiri, ma in attimi che ti tolgono il respiro.
A pensarci bene, non la vedo così.
Perchè ogni momento emozionante, di quelli mozzafiato, inizia con un respiro.
Un respiro profondo, intenso, che arriva fin nel fondo dei polmoni, lì dove toccano il cuore.
La vita non si misura in respiri, ma in attimi che ti costringono a respirare a fondo.
L'emozione del momento conseguente a un profondo respiro è forse la più indescrivibile. È l'emozione di un tuffo nell'acqua gelata, di un salto nel vuoto legati a un filo, dell'inizio di una confessione sincera.
E sabato sera io ho preso un bel respiro e ho affrontato la più grande delle mie paure
E non c'è niente, del Convegno, che io ricordi con la stessa intensità di quei secondi. Forse quella preghiera non è stata nulla. Ma quella stretta era qualcosa. Era una speranza che si accendeva come una fiammella. Era un piccolo passo... ma un passo nel Cielo, non sulla terra.
Io ora non lo so se a quel passo ne seguiranno altri, ma l'emozione di quel momento divampa di nuovo ogni volta che la mia mente torna in quel posto e in quel momento. E per quanto io cerchi di capirla, spiegarla e descriverla, quell'emozione rimane lì, ineffabile.
Perchè le emozioni non si possono descrivere a parole.
È come cercare di disegnare il vento.

Steven Curtis Chapman - Miracle of the moment

giovedì 18 aprile 2013

L'annosa questione

Ed ecco che si ripropone l'annosa questione.
Quando ho lasciato medicina ho promesso a me stessa che avrei fatto della mia vita quello che volevo, e che avrei puntato molto di più - grazie al tempo che guadagnavo - sul rendere realtà il mio sogno di scrittrice. Ogni volta che scrivo una storia (o che scrivo una storia in cui la protagonista scrive storie) è come soffiare sulle braci di un fuoco mai veramente spento: divampa di nuovo, forte e bruciante... ma è un fuoco poco duraturo. Impegni, persone e mille stupende cose mi distraggono.

(c) IsacForging
Eppure penso che dovrei essere un po' più con piedi per terra, per poter afferrare la stella che osservo da quando ho mparato a scrivere. Dovrei imparare a sistemare le storie e a mandarle agli editori, oppure ad aggiustarmi sulla lunghezza d'onda del mondo, dedicandomi ad eBook e simili, anche se non mi piacciono.
Mi venderei? Sì, forse è vero. E io sono una che ci tiene molto alla sua etica.
Ma in fondo io ho sempre detto che io preferisco i libri. Non che non concederei agli altri di leggere eBook. E se gli altri decidono di leggere i miei eBook, non è poi così tremendo.
No, ok, mi sto autogiustificando. Però che cavolo, voglio davvero riuscire ad approdare da qualche parte, invece di riempire file, quaderni e pagine di web di parole al vento.
Quindi sì, potrò essere tacciata di essere opportunista e voltafaccia, ma in nome di un sogno si può fare anche questo. E poi, insomma, da qualche parte si deve pur cominciare, no?
Chi calca le scene di Broadway e ritiene che l'unica vera arte sia il teatro ha dovuto anche lui fare un salto in uno spot pubblicitario, per avere un inizio.

martedì 2 aprile 2013

Tornare

Tornare a casa a Castellalto è sempre bellissimo.
Il posto mi ispira tante di quelle storie, racconti e avventure che ogni volta vorrei avere ore e ore da passare davanti al pc per lasciarmi incantare da uno sguardo fuori dalla finestra, per poi posarlo sulla pagina bianca e vederla riempirsi pian piano di righe di parole.

Adoro la mia famiglia che rivedo ogni volta che vado lì, e mi stupisco di vederla sempre diversa e sempre uguale al tempo stesso.
Il cugino che rincorrevo nell'orto e con cui giocavo con la sabbia è diventato un adolescente inquieto e intelligente, veramente molto bello, con cui si parla di ragazze e genitori con una certa serietà. Anche se la gente che ci vede in giro pensa che siamo fidanzati - i dieci anni di differenza non si vedono, sarà che è già più alto di me - io credo di aver ricevuto in dono il fratello che non avevo... e spero di essere per lui la sorella maggiore che non avrà mai.
Il cugino con cui disegnavo, ridevo, scherzavo e con cui ho iniziato a leggere quando ero solo una pupattola in seggiolone è diventato papà di un bambino meraviglioso. Il solo scriverlo mi mette i brividi. Lui padre. Il ragazzetto scapestrato che sgasava col motorino prima di uscire dal cortile e che puliva la gomma per cancellare sul muro di casa, ignaro degli strilli di nostra nonna.... lui teneva in braccio un bimbo di un anno che gli tirava i capelli e lo chiamava papà ridendo.
Quando mia cugina è diventata mamma non mi ha fatto lo stesso effetto, forse perchè abbiamo così tanti anni di differenza che è stata sempre adulta ai miei occhi.
È vero, ci sono i cambiamenti, ma ci sono anche le cose che non cambiano mai.
La vista dalla mia stanza, sempre la stessa dolcissima valle coperta di rettangoli d'oro e di smeraldo, che si distende come una mappa dei miei fantasy, punteggiata di case, casette e minuscole cascine, fino all'arco azzurro del mare, che disegna una linea di zaffiro all'orizzonte.
Il cielo, il grande, enorme cielo d'Abruzzo, che va da un orizzonte all'altro sopra la tua testa senza interruzione se guardi in alto: non ci sono aerei, nè antenne, nè palazzi: solo azzurro cielo limpido e profondo, vicino come se potessi sfiorarlo e lontano come se non potessi arrivarci mai.
I posti, sempre gli stessi: l'emozione sempre nuova di entrare nel bar del paese e rendersi conto che quel bancone a cui ti appoggi è quello al di là del quale non riuscivi a vedere quando eri una solo bambina e giocavi con tua sorella a vedere la tua gonna roteare nello specchio della vetrina, le sere di sagra. La passeggiata dietro le mura del castello, che seppur restaurata è ancora piena di quel fascino indescrivibile che solo i castelli hanno... e che racchiude ancora la vecchia casa di mia mamma e mia nonna, ormai inagibile e pericolante ma ancora piena di quel sapore antico che solo i paesi di campagna hanno.
La tecnologia e l'innovazione sono arrivate anche qui. Hanno il wi-fi comunale, i negozi hanno il Lotto e fanno le ricariche, le linee telefoniche hanno quasi tutte l'allacciamento ADSL... so anche che mancano tante cose che la gente cerca. Non ci sono negozi nè mezzi pubblici, non ci sono locali, non è un posto di mare nè di montagna, non ci sono locali, club, centri sportivi o altri modi di passare il tempo. Queste cose ancora non ci sono arrivate. E forse è proprio questa incapacità di rinnovarsi del tutto che mi porta a desiderare di tornare in questo paese tutte le volte che posso.
Perchè nel mio mondo che cambia veloce, pieno di persone che vanno e che vengono, di nuove facce e di nuovi impegni e di volti e persone che scompaiono cancellate dalla polvere dei giorni, mi rendo conto di avere bisogno di qualcosa che sia solido, saldo e fermo.
Qualcosa che duri.
E sapere che potrai tornare con qualunque umore e qualunque pensiero ma che la croce in ferro battuto sarà comunque ritta all'incrocio ad aspettarti, che il pesco e il ciliegio fioriranno ancora sotto il tuo balcone nonostante tu frequenti un'altra università e che potrai spalancare le finestre del salotto per far inondare la stanza della stessa luce dorata del tramonto di quando eri una bambina nonostante ora tu abbia quasi ventiquattro anni... beh, queste cose ti fanno sentire sicura quel tanto che basta per permetterti di chiudere gli occhi, riprendere fiato e rituffarti nel vortice della vita di città con la consapevolezza che da qualche parte c'è qualcosa di certo a cui potrai appigliarti.


(c) TeramoNews