martedì 28 settembre 2010

Il potere dell'umiltà

Primo giorno di tirocinio.
Era già abbastanza terrificante avere il camice addosso e il fonendo al collo... ci mancavano i pazienti. Certo, certo: per fare il medico ci vogliono i pazienti.
Ma la cosa che mi stringeva il cuore era che io sentivo il loro stato d'animo: anziani, soli, sofferenti, nudi o in pigiama... e si vedono arrivare una torma di ragazzini con il camice troppo grande per loro, con gli occhi spaventati e le mani che tremano.
Sentivo la loro vergogna nel farsi vedere nudi, sentivo il loro terrore nell'ascoltare le parole del medico: parole che di certo non capivano, perchè il dottore parlava con i tirocinanti, nominando murmuri, fremiti, ronchi eccetera.
I loro corpi sotto le nostre mani e sotto i nostri fonendoscopi erano come cavie da laboratorio.
Respiravano per decine di volte di fila per permettere a tutti di palpare un fegato, di sentire il murmure vescicolare o per captare il fremito vocale tattile. Stavano fermi, sdraiati su un lato, per dare il tempo a noi inesperti di vedere una valvola calcificata in un'ecocardiografia sfocata.
Seduti, immobili, per decine di minuti, prima che il tirocinante di turno riuscisse a beccare entrambi i valori della pressione.
Sono persone davvero fantastiche. In un momento così terribile, quando di certo sono spaventati e temono che ogni camice bianco che si avvicina porti brutte notizie... accettano di fare da cavia per dei ventenni che vorrebbero salvare delle vite, in futuro... ma che per ora non possono fare più che compilare cartelle o annuire al discorso del primario.
Mi sento in dovere di ringraziare il Signore per loro, per questa gente sottomessa e umile che si lascia palpare e auscultare senza dire niente. Per questa gente che si fida ciecamente di chiunque gli si avvicini con un fonendoscopio in mano.
Credo che sia una gran lezione di disponibilità e di umiltà. Voglio ricordarmi questa sensazione, quando sarò dottore, in modo da potermi sdebitare, in modo da ricordarmi che, per poter lavorare al servizio degli altri, c'è stato bisogno che qualcuno si mettesse al mio, di servizio.
Questo voglio ricordare. 
E per questo voglio ringraziare Dio.

(C) Twitter

lunedì 27 settembre 2010

Qualcuno da ammirare

Quando ero solo una bimba e andavo alle elementari, ho conosciuto una ragazza, Clara.
Il nome perfetto per lei: bionda, allegra, solare, spontanea, sempre attiva e sorridente. Era la mia caposquadra durante l'oratorio estivo - eravamo i Flauti Gialli, era l'anno di Allegri con Spirito - e dopo averci passato qualche settimana insieme sono tornata a casa dicendo a mia mamma che "volevo diventare come Clara".
Qualche anno più tardi Clara è diventata la mia educatrice al Cammino Adolescenti. Non stavo più nella pelle dalla gioia: l'entusiasmo che lei mi aveva insegnato l'avevo fatto crescere dentro di me in ogni giorno di oratorio estivo che avevo vissuto, dando il cento per cento alle bambine di cui ero io la caposquadra, mentre Clara - ormai ventenne - andava all'università.
E dopo tre meravigliosi anni di Adolescenti, sono passata al Cammino 18enni... e Clara non era più la mia educatrice. Ma se da bambina mi aveva insegnato l'entusiasmo, la grinta e l'allegria, da grande mi aveva insegnato il sorriso, la comprensione e la disponibilità... oltre che la capacità di andare a fondo delle cose, di approfondire e di amare.

E insieme a lei, negli anni, ci sono state tante altre ragazze.

Magda, Barbara, Daniela (che chiamavo "principessa" perchè era letteralmente principesca nel modo di essere! Chissà che fine ha fatto, non la vedo da una vita...), ma anche Alessia, Stefania, Betta.... le educatrici che con la loro presenza e il loro esempio mi hanno ispirata sono tante.
E grazie a tutte loro io sono diventata quello che sono: canto nel coro da anni come Barbara, tento di dimostrare ai ragazzi a cui io faccio da educatrice ora che voglio loro bene come Daniela faceva con me, vado all'oratorio con il sorriso e l'entusiasmo di Clara, cerco di trasmettere a tutti la bellezza e la gioia che vengono da Dio che le mie educatrici hanno trasmesso a me.

Ma tra tutte loro c'è una sola educatrice che, dopo Clara, mi ha fatto dire "voglio diventare come lei".
Si chiama Francesca, fa l'assistente sociale, è sposata con un altro dei miei educatori, Paolo, e ha una bambina di otto mesi che si chiama Giorgia.
A parte Giorgia, che è quanto di più dolce, adorabile e tenero del mondo... Francesca è esattamente quello che io vorrei diventare. È una persona dolcissima, affidabile, silenziosa e mai invadente. Non so come faccia, ma quando mi vede mi saluta in un modo che mi fa sentire così tanto amata che mi vengono le lacrime agli occhi dalla commozione. Ci siamo conosciute quando ero in terza superiore, ad Assisi, in un'uscita adolescenti che non dimenticherò mai ma che è troppo grande - in tutti i sensi - per parlarne in questo post. E da allora mi è rimasta nel cuore.

Voglio diventare come Francesca, che lavora per aiutare gli altri, che ama suo marito e la sua bambina dal profondo del suo cuore (e che viene ricambiata con altrettanto entusiasmo)... e che trasmette a tutti l'amore profondo che prova per loro.


(c) Kizie.com